Autovelox, il trucco degli 850 spenti: il vero numero che la stampa non vi racconta.
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Salvini: "Non si fa cassa alle spalle dei cittadini con controlli poco trasparenti". I giornali celebrano la presunta stretta del Ministero, ma la verità che interessa ai cittadini è che oltre quattromila rilevatori restano utilizzabili grazie alla norma transitoria del Ministro Salvini che li considera omologati senza alcuna prova tecnica. Il cittadino vede lo spegnimento, mentre la parte decisiva del decreto rimane sullo sfondo.

Da giorni gran parte della stampa nazionale ripete lo stesso titolo: «spenti 850 autovelox». Cambiano le testate, le fotografie e le cartine regionali, ma la narrazione resta sostanzialmente identica. Il messaggio consegnato al cittadino è semplice e rassicurante: il Ministero avrebbe finalmente fatto ordine, eliminando gli apparecchi irregolari e ponendo fine alla cosiddetta giungla delle multe. Fumo negli occhi, fastidiosa demagogia, campagna elettorale di partiti che stanno perdendo consenso.
Il dato, tuttavia, viene raccontato soltanto dalla parte più comoda. La piattaforma pubblica del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti registra, alla data odierna, 4.073 dispositivi inseriti dagli enti accertatori. Secondo i dati ministeriali diffusi all’entrata in vigore del decreto, circa 3.150 apparecchi corrisponderebbero ai prototipi indicati nell’Allegato B e potrebbero continuare a essere utilizzati. Significa che oltre il 77 per cento dei dispositivi censiti rimane nel sistema. Eppure le prime pagine sono dedicate quasi esclusivamente a quelli fermati.
Non è una differenza marginale. Dire che 850 rilevatori vengono disattivati produce l’immagine di una vasta operazione di pulizia. Dire che circa 3.150 restano utilizzabili restituisce invece il contenuto sostanziale della riforma: non una drastica riduzione dei controlli, ma il tentativo di conservare in funzione la grande maggioranza degli apparecchi già presenti.
Il passaggio decisivo è contenuto nell’articolo 6 del decreto ministeriale 8 giugno 2026. La disposizione stabilisce che i dispositivi conformi ai prototipi approvati con i decreti elencati nell’Allegato B «si intendono omologati». Non si tratta, per questi modelli, dell’esito di una nuova procedura di omologazione svolta dopo l’entrata in vigore delle regole tecniche. È una qualificazione attribuita direttamente dalla disciplina transitoria a prototipi già approvati nel regime introdotto dal decreto ministeriale n. 282 del 2017.
Proprio questo punto avrebbe dovuto occupare il centro del dibattito pubblico. L’articolo 142, comma 6, del Codice della strada riconosce valore probatorio alle risultanze delle apparecchiature debitamente omologate. Il decreto ministeriale tenta ora di ricondurre nell’omologazione, mediante una disposizione transitoria, dispositivi collegati a precedenti decreti di approvazione. La legittimità e la portata di questa operazione saranno inevitabilmente valutate nei giudizi, perché una fonte ministeriale non può modificare o superare la disposizione legislativa dalla quale trae il proprio potere.

Un’informazione realmente indipendente avrebbe chiesto al Ministero quali verifiche tecniche abbiano consentito l’inserimento dei prototipi nell’Allegato B, quali documenti attestino la loro conformità e perché tali atti non siano stati resi disponibili in modo completo. Avrebbe inoltre garantito un effettivo contraddittorio alle associazioni che contestano la procedura, anziché relegarne le osservazioni in poche righe, spesso seguite dalla rassicurante versione conclusiva dell’istituzione interessata.
Anche il numero degli apparecchi spenti meriterebbe maggiore cautela. La differenza aritmetica tra i 4.073 dispositivi presenti nella piattaforma e i circa 3.150 dichiarati utilizzabili è pari a 923, non a 850. I numeri sono quindi approssimativi e soggetti all’aggiornamento del censimento. Non è stato neppure chiarito quanti dei dispositivi esclusi fossero realmente operativi, quanti già inutilizzati e quanti semplicemente registrati nella banca dati.
Presentare ogni apparecchio escluso come un autovelox effettivamente acceso e poi spento rischia così di trasformare una stima amministrativa in una notizia più spettacolare di quanto consentano i dati.
Altvelox contesta questa rappresentazione e pone la domanda che disturba il racconto ufficiale: non quanti strumenti siano stati fermati, ma con quali atti, prove tecniche e procedure siano stati mantenuti in funzione gli altri 3.150. È una questione documentale e giuridica, non una posizione contraria alla sicurezza stradale.
Quando la stampa riproduce il messaggio del potere senza sottoporlo a una verifica effettiva, il vecchio detto «attacca il ciuccio dove vuole il padrone» smette di essere soltanto una battuta popolare. Diventa la descrizione di un’informazione che mostra al cittadino gli 850 autovelox spenti e lascia prudentemente fuori dall’inquadratura i 3.150 rimasti accesi.
La tecnica è nota: si mostra la posizione di Altvelox e, subito dopo, la si scredita senza contraddittorio. Nessun confronto sui documenti, nessuna replica, solo un giudizio lasciato come ultima parola. Non è informazione completa: è delegittimazione costruita nel montaggio. E dalla RAI, servizio pubblico, è ancora più grave.
