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La domanda di troppo.

Cronaca anonima, su fatti veri e attuali, di una denuncia sostenuta da atti e protocolli: nomi e dettagli identificativi sono omessi perché collegati a indagini in corso, resta integra la sostanza dei documenti e delle condotte contestate, e il metodo con cui il sistema sceglie quando rispondere e quando no.


Una storia drammaticamente vera
Una storia drammaticamente vera

Altvelox deposita, per l’ennesima volta, una denuncia querela. Non è la prima, non è la seconda, non è la decima. È una delle oltre 205 presentate in varie Procure italiane. L’oggetto è sempre lo stesso, cambia solo lo sfondo: un Comune medio, una strada battuta, un dispositivo di rilevazione della velocità usato in modo seriale, e una catena amministrativa che, secondo la documentazione raccolta, continua a produrre verbali senza sciogliere il nodo principale, la regolarità tecnica e giuridica dello strumento.


L'azione penale
L'azione penale

La denuncia è costruita come si deve, non come si spera. Dentro ci sono accessi agli atti con protocolli e ricevute, risposte evasive o silenzi, diffide, fotografie della postazione e della segnaletica, estratti di determine, richieste di verifiche, e il punto più semplice, quello che chiunque capirebbe anche senza lauree: se mi sanzioni con un apparecchio che deve rispettare regole precise, io ho diritto di vedere i documenti che lo rendono legittimo. Fine. Solo che, nella realtà, quel diritto diventa un percorso a ostacoli. Nella narrazione dei fatti, l’associazione non si limita a dire “secondo noi è illegale”. Indica atti, omissioni, contraddizioni. Riporta che la Polizia Locale continua a elevare verbali e a rigettare o eludere richieste documentali, nonostante reiterate istanze di accesso. Riporta che il Sindaco, quale vertice politico-amministrativo dell’ente, viene messo a conoscenza formalmente della questione e, sempre secondo i riscontri allegati, non adotta iniziative effettive per fermare l’operatività o chiarire la posizione documentale. Poche righe, ma pesanti.


Poi la denuncia sale di livello, perché a un certo punto la responsabilità non resta confinata nel municipio. Vengono informati anche organi statali con competenze di vigilanza e sicurezza stradale. Prefetto della provincia, dirigente della Polizia Stradale, destinatari di comunicazioni tracciate, con allegati, con richieste puntuali. La contestazione non è emotiva, è amministrativa: “Siete stati messi a conoscenza, avete strumenti, potete intervenire, che cosa avete fatto?”. La risposta, se arriva, resta sul generico. Spesso non arriva proprio.


In quell’ultima denuncia, per non lasciare spazio al solito gioco della memoria corta, vengono elencate anche cinque denunce precedenti, con date e sintesi essenziale dei fatti, giusto per fissare la sequenza. 19.04.2024 (prima denuncia querela e descrizione con reati contestati), 13.01.2025 (seconda denuncia per reiterazione e descrizione dei fatti e reati presunti), 12.08.2025 (nuovi verbali, richiesta verifiche tecniche terza denuncia querela), 31.10.2025 (quarta denuncia con sua descrizione), 02.12.2025 (ulteriore deposito con documenti aggiornati e contestazione del perdurare). Cinque tappe, un’unica storia.


Da giugno 2024 ad oggi sono 205 le denunce depositate da Altvelox
Da giugno 2024 ad oggi sono 205 le denunce depositate da Altvelox

Passano alcuni mesi. La Procura competente delega i Carabinieri per sentire a verbale il Presidente dell’associazione Altvelox. Fin qui, normale. Il dettaglio che stona è un altro: in un’audizione attesa come occasione per chiarire tutto, viene posta una sola domanda, secca, quasi burocratica. “Quali reati intende denunciare con l'ultima sua denuncia?”.


È qui che la scena diventa surreale, con un inciso che fa male perché è vero: in ogni denuncia già depositata, oltre ai fatti e ai documenti, l’associazione ha sempre indicato i possibili profili di reato, chiedendo di procedere per quelli e per ogni altra fattispecie che l’Autorità Giudiziaria ritenga di ravvisare. Non è un vezzo, è prassi. Eppure la domanda torna, come se i fascicoli fossero stati letti di traverso, o non letti affatto.


Una forzatura non troppo forzata
Una forzatura non troppo forzata

Qui il punto non è “quali reati intende denunciare”, come se dopo una denuncia querela dettagliata si dovesse ripartire da capo con una dichiarazione di intenti. Il punto è l’opposto, ed è banale: l’associazione deposita fatti, atti, documenti e una ricostruzione cronologica, poi è l’Autorità Giudiziaria che qualifica giuridicamente quei fatti, valuta la configurabilità delle ipotesi di reato prospettate, le esclude se infondate oppure le riqualifica, e procede se ci sono i presupposti. Questo è il mestiere della Procura, non un questionario a risposta breve.


Per questo la domanda, posta mesi dopo, suona come un passaggio che non chiarisce nulla e non aggiunge nulla. Sembra una torsione procedurale utile solo a spostare in avanti l’asticella, a trasformare un fascicolo documentato in un girotondo di formalità, senza dire dove si vuole arrivare e con quale logica. E quando il contenuto della domanda è già scritto, nero su bianco, dentro le denunce depositate, l’effetto è inevitabile: appare una perdita di tempo, e peggio, un modo per protrarre l’azione in una nebbia che non tutela nessuno.


Ancora più stonato, e qui non serve alzare la voce, è l’uso dei Carabinieri per una “attività” del genere. Delegare un’audizione per chiedere ciò che è già agli atti, invece di delegare accertamenti, acquisizioni documentali, verifiche sulle omissioni e sulle condotte contestate, dà la sensazione di uno strumento impiegato al contrario. Assurdo è la parola giusta, perché l’energia operativa viene spesa per reiterare una domanda formale, non per fare l’unica cosa che serve in questi casi: leggere gli atti, verificare i fatti, e decidere.


Nel frattempo, e questo è il punto che l’associazione racconta senza insultare nessuno, ma senza fingere che non esista, procedimenti per diffamazione a carico dei rappresentanti dell’associazione, nati da esposti di amministratori, risultano avanzare con passo diverso, più spedito, più determinato. Due binari. Stessa giustizia, velocità diversa.


La storia che vi abbiamo voluto raccontare si chiude senza un colpevole “da romanzo”, perché qui non serve un cattivo caricaturale. Serve una domanda, quella vera: quando un cittadino o un’associazione porta fatti e carte, la risposta deve essere sugli atti, non sulle etichette. E se dopo richieste di avocazione per inerzia improvvisamente qualcosa si muove, ma si muove chiedendo ciò che era già scritto, il problema non è la denuncia. È il sistema che decide quando ascoltare, e come.

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