Quando gli argomenti finiscono, iniziano gli slogan.
- Altvelox

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Il direttore del Gazzettino sceglie la retorica della “vita contro le regole”. Ma le domande di Altvelox su omologazioni, sicurezza e legalità restano ancora senza risposta.

Negli ultimi due giorni si è sviluppato un interessante confronto pubblico tra Altvelox e il direttore de Il Gazzettino, Roberto Papetti, sul tema degli autovelox, della sicurezza stradale e del ruolo dell'informazione.
Tutto nasce da un editoriale nel quale il direttore ha sostenuto una tesi molto semplice: gli autovelox non piacciono a nessuno, ma servono; chi supera i limiti deve accettare di pagare le multe. Una posizione legittima, che tuttavia evita di affrontare una questione preliminare: chi controlla che gli strumenti utilizzati per sanzionare i cittadini siano conformi alla legge? Nell’editoriale che riportiamo qui sotto, il direttore sostiene che gli autovelox siano strumenti impopolari ma utili, perché spingerebbero gli automobilisti a rispettare i limiti e, secondo la sua lettura, contribuirebbero a ridurre incidenti e vittime.
Il direttore ha ammesso che alcuni Comuni possano averli installati anche per ragioni di cassa, ma ritiene che questo non cambi il punto centrale: chi rispetta i limiti non viene fotografato e non paga sanzioni.
Il ragionamento però resta fermo all’utilità presunta dello strumento e non affronta il tema decisivo: un controllo pubblico deve essere non solo utile, ma anche legittimo, documentato e conforme alla legge.
Nell’editoriale non si parla di omologazione, piani del traffico, studi sull’incidentalità, decreti autorizzativi, tarature e obblighi degli enti. Proprio le questioni che Altvelox pone da anni.

Nella lettera aperta inviata al direttore de Il Gazzettino che pubblichiamo integralmente qui sotto, Altvelox chiarisce anzitutto un punto: l’associazione non difende chi corre e non contesta i controlli di velocità in sé, ma chiede che siano regolari, trasparenti, proporzionati e rispettosi delle norme.
La critica riguarda l’idea, troppo comoda, secondo cui ogni autovelox produrrebbe automaticamente sicurezza. Secondo Altvelox, un’affermazione del genere richiede dati precisi: incidenti prima e dopo l’installazione, cause degli eventi, traffico, modifiche alla strada, segnaletica e limiti. Senza questi elementi, la sicurezza diventa uno slogan buono per giustificare qualunque installazione.
La lettera richiama poi il nodo giuridico principale: molte amministrazioni producono decreti di approvazione, mentre l’articolo 142, comma 6, del Codice della strada richiede apparecchiature debitamente omologate. Altvelox richiama anche Cassazione, ordinanza n. 10505 del 18 aprile 2024, secondo cui approvazione e omologazione non sono procedimenti equivalenti.
Il messaggio finale è netto: rispettare i limiti è un dovere, ma rispettare le norme che disciplinano gli strumenti di accertamento è un dovere altrettanto vincolante per le amministrazioni. La stampa, secondo Altvelox, dovrebbe verificare atti, piani del traffico, studi sull’incidentalità, omologazioni e decreti autorizzativi, invece di limitarsi a ripetere la narrazione secondo cui ogni autovelox salverebbe vite.
La prima replica del direttore che vedete qui sotto è stata singolare. Non una contestazione dei fatti, delle norme o delle sentenze richiamate da Altvelox, ma un invito a non parlare di giornalismo. In sostanza, chi può decidere quali notizie pubblicare e quali domande porre ai sindaci riteneva che il ruolo della stampa e la verifica delle fonti non fossero argomenti di interesse per i lettori. Una posizione curiosa, soprattutto per chi dirige un quotidiano. Se le argomentazioni di Altvelox fossero state davvero infondate, sarebbe stato sufficiente confutarle. Invece il confronto è stato spostato altrove. E quando si evita il merito, spesso è perché il merito è più difficile da affrontare delle persone che lo sollevano.

Nella seconda risposta al direttore de Il Gazzettino, Altvelox prende atto della disponibilità alla pubblicazione, ma contesta l’invito a “limitarsi a parlare di autovelox” lasciando fuori il tema del giornalismo e del ruolo della stampa.
La replica chiarisce che, quando un quotidiano sostiene che gli autovelox siano strumenti indispensabili per la sicurezza stradale, non sta esprimendo una semplice opinione privata: sta contribuendo a formare l’opinione pubblica su una materia che riguarda legalità, amministrazione, risorse pubbliche e diritti dei cittadini.
Per questo, secondo Altvelox, il modo in cui la notizia viene raccontata è parte essenziale del problema. La stampa non dovrebbe limitarsi a riportare le affermazioni delle istituzioni, ma dovrebbe verificarle, chiedendo se gli strumenti siano conformi alla legge, se le procedure siano state rispettate, se le amministrazioni abbiano adempiuto ai propri obblighi e se i dati diffusi trovino riscontro negli atti.
Altvelox respinge quindi l’idea che queste siano “lezioni sul giornalismo”: si tratta, molto più semplicemente, del compito stesso del giornalismo. La risposta si chiude con un principio di equilibrio: se il cittadino deve rispondere quando supera un limite di velocità, anche l’ente pubblico deve rispondere della legittimità degli strumenti utilizzati per accertare quella violazione. La legalità non può essere pretesa in una sola direzione.
Nella replica finale del 19 giugno 2026, pubblicata integralmente alla fine di questo articolo, Altvelox ha evidenziato come nessuna delle questioni sollevate abbia ricevuto una risposta concreta. Nessuna spiegazione sull'assenza dei piani del traffico in molti enti. Nessuna risposta sul tema dell'omologazione. Nessun dato specifico sugli studi che dimostrerebbero l'efficacia dei singoli autovelox. Nessuna riflessione sul ruolo della stampa nel verificare le affermazioni delle amministrazioni.
In compenso, il dibattito è stato spostato sul terreno più comodo della contrapposizione morale: da una parte chi difenderebbe la vita umana, dall'altra chi discuterebbe di regole. È una rappresentazione efficace sul piano comunicativo, ma profondamente distante dalla realtà.
Altvelox non difende chi viola i limiti.
Altvelox non contesta la sicurezza stradale.
Altvelox non chiede l'eliminazione dei controlli.
Altvelox chiede semplicemente che gli strumenti utilizzati per sanzionare milioni di cittadini siano conformi alla legge e che le amministrazioni siano in grado di dimostrare, documenti alla mano, l'efficacia delle proprie scelte.
Perché il vero problema non è scegliere tra sicurezza e legalità.
Il vero problema nasce quando si pretende che i cittadini rispettino rigorosamente le regole, mentre le stesse regole diventano improvvisamente trascurabili quando riguardano chi esercita il potere sanzionatorio. Ed è proprio su questo che il giornalismo dovrebbe continuare a porre domande. Anche quando risultano scomode.

Di fronte a una serie di domande tecniche e giuridiche, il confronto viene spostato sul terreno emotivo. Si passa dalla verifica degli atti alla contrapposizione morale. Dalla richiesta di documenti alla retorica della vita umana. Dalle sentenze della Cassazione agli slogan. Eppure le domande restano tutte sul tavolo. I piani del traffico esistono? Sono aggiornati? I dispositivi sono omologati? Gli studi sull'incidentalità sono pubblici? Gli autovelox sono stati collocati dove esistevano reali criticità o dove producevano più verbali?
Su questi punti il direttore non offre risposte. Paradossalmente, nel tentativo di smentire Altvelox, ne conferma la tesi principale. Da anni l'associazione sostiene che il dibattito pubblico sugli autovelox venga spesso ridotto a una formula semplicistica: chi contesta gli autovelox sarebbe contro la sicurezza.
Ma la sicurezza non si misura a slogan. Si misura con dati, pianificazione, manutenzione, prevenzione e rispetto delle norme.
Per questo motivo Altvelox continuerà a porre le stesse domande, indipendentemente dalle etichette che qualcuno vorrà attribuirle. Perché il punto non è stabilire se la vita umana valga più delle regole.
Il punto è verificare se chi invoca la sicurezza sia disposto ad applicare anche a sé stesso quelle regole che pretende dai cittadini.
E, almeno finora, su questo il silenzio appare molto più eloquente delle risposte.



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