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Walter Arnold: Il primo automobilista condannato per eccesso di velocità. Correva a 13 chilometri orari con limite di 3,2.

Il 28 gennaio 1896 Arnold, residente a East Peckham nel Kent, percorreva la strada principale di Paddock Wood a circa 8 miglia orarie, pari a quasi 13 km/h, quando il limite nei centri abitati era di 2 miglia orarie, circa 3,2 km/h. L’articolo 4 del Locomotives Act 1865 vietava infatti di superare quattro miglia orarie sulle strade pubbliche e due miglia orarie nelle città, nei paesi e nei villaggi.


Il primo automobilista condannato per eccesso di velocità. Correva a 13 chilometri orari con limite di 3,2.
Il primo automobilista condannato per eccesso di velocità. Correva a 13 chilometri orari con limite di 3,2.

Roma- 4 agosto 2026


La storia delle sanzioni stradali non nasce con gli autovelox, con le telecamere digitali o con i moderni sistemi automatici di rilevazione. Occorre tornare al 28 gennaio 1896, in Inghilterra, per incontrare quello che viene generalmente considerato il primo caso documentato di condanna di un automobilista per eccesso di velocità.


Il protagonista fu Walter Arnold, commerciante e pioniere dell’industria automobilistica britannica. Quel giorno percorreva una strada del centro abitato di Paddock Wood, nella contea del Kent, alla velocità di circa otto miglia orarie, poco meno di tredici chilometri all’ora. Una velocità che oggi apparirebbe perfino modesta, ma che all’epoca superava di quattro volte il limite consentito nei centri abitati, fissato in due miglia orarie, pari a circa tre chilometri all’ora.


Il primo condannato per eccesso di velocità pizzicarto a 13 Km/h con limite di 3.2.
Il primo condannato per eccesso di velocità pizzicarto a 13 Km/h con limite di 3.2.

La normativa allora vigente trattava le prime automobili come vere e proprie “locomotive stradali”. Il loro utilizzo era sottoposto a condizioni particolarmente severe: il mezzo doveva essere accompagnato da più persone e, secondo la disciplina precedente, una di esse avrebbe dovuto precederlo a piedi per avvertire gli altri utenti della strada. Il legislatore guardava quelle nuove macchine con evidente diffidenza. Del resto, l’automobile era ancora una rarità e la convivenza con pedoni, carrozze e cavalli produceva problemi che nessuno aveva ancora imparato a disciplinare in modo ragionevole.


Secondo le ricostruzioni storiche, un agente di polizia notò il veicolo di Arnold e si mise al suo inseguimento in bicicletta. Dopo averlo raggiunto, contestò non soltanto il superamento del limite di velocità, ma anche altre irregolarità relative alla circolazione del mezzo e all’indicazione del proprietario. Non esistevano fotografie, rilevazioni elettroniche, certificati di taratura o sistemi informatici. L’accertamento dipendeva dall’osservazione diretta dell’agente e dalla successiva valutazione dell’autorità giudiziaria. Cosa che oggi la Cassazione impedisce.


un’immagine della partenza dell’Emancipation Run del novembre 1896 e fotografie del prototipo restaurato
Un’immagine della partenza dell’Emancipation Run del novembre 1896 e fotografie del prototipo restaurato

Walter Arnold comparve davanti alla Police Court di Tunbridge Wells. Per l’eccesso di velocità gli venne applicata una sanzione di uno scellino, alla quale si aggiunsero le spese del procedimento. Considerando tutte le contestazioni, l’importo complessivo fu sensibilmente superiore. Non si trattò quindi di un semplice verbale lasciato sul parabrezza, che peraltro quelle automobili spesso nemmeno possedevano, ma di un vero procedimento davanti all’autorità competente.


La vicenda conserva ancora oggi un significato particolare. Dimostra che il rapporto tra progresso tecnologico, sicurezza e potere sanzionatorio è antico quanto l’automobile. Sono cambiati i mezzi, le velocità e le modalità di controllo, ma non è cambiata l’esigenza fondamentale che ogni sanzione sia fondata su una norma chiara, su un accertamento attendibile e su procedure rispettose dei diritti del cittadino.


Walter Arnold non poteva immaginare che quel viaggio a tredici chilometri orari sarebbe entrato nella storia. Probabilmente riteneva soltanto di utilizzare una delle prime automobili disponibili. Finì invece per inaugurare un rapporto, non sempre pacifico, tra automobilisti, limiti di velocità e autorità pubbliche. Un rapporto che, dopo oltre centotrent’anni, continua a produrre discussioni, ricorsi e problemi interpretativi. Evidentemente alcune tradizioni umane sono più resistenti dei motori.

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