I sindaci escono allo scoperto. Altro che sicurezza senza autovelox i bilanci soffrono.
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Massimo Cavazzana sindaco di Tribano e vice presidente ANCI Nazionale nel servizio del TGR Veneto del 26 luglio apre uno squarcio sul vero problema dei Comuni: meno possibilità di utilizzare i proventi delle sanzioni per sostenere la spesa corrente. Ma i soldi incassati sulla strada non dovevano servire prima di tutto alla sicurezza stradale?

Il servizio trasmesso da Rai Tre il 26 luglio 2026 merita attenzione non tanto per ciò che racconta sugli autovelox, quanto per ciò che lascia emergere sulla gestione dei proventi delle sanzioni da parte degli enti locali.
I sindaci, ormai, sembrano essere usciti allo scoperto. Nel servizio si parla apertamente di «meno margini per i bilanci comunali» e viene spiegato che i piccoli Comuni si troverebbero in difficoltà perché una parte delle entrate derivanti dalle multe non potrebbe più essere utilizzata con la stessa libertà per sostenere la spesa corrente.
Il punto viene espresso senza troppi giri di parole: il problema sarebbe quello di «far quadrare i conti».
Ed è proprio qui che nasce la domanda che ALTVELOX pone da anni: gli strumenti di controllo elettronico della velocità vengono installati per prevenire gli incidenti e aumentare la sicurezza oppure sono diventati una voce strutturale dei bilanci comunali?
Perché le due cose non sono affatto la stessa cosa.
Il Codice della strada contiene da anni precise disposizioni sulla destinazione dei proventi. L’articolo 208 vincola una quota delle entrate derivanti dalle sanzioni a interventi sulla segnaletica, sul controllo, sulla manutenzione e più in generale sulla sicurezza della circolazione. Per i proventi derivanti dall’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità mediante dispositivi elettronici, il quadro è ancora più specifico. L’articolo 142, comma 12-ter, dispone che quelle risorse siano destinate alla manutenzione e alla messa in sicurezza delle infrastrutture stradali, della segnaletica, delle barriere e degli impianti, nonché al potenziamento delle attività di controllo.
Dunque la questione non nasce il 12 luglio 2026.
Il decreto ministeriale n. 125 entrato in vigore quella data riguarda i misuratori di velocità, la loro omologazione, la taratura e le verifiche di funzionalità. Non è quel decreto ad avere inventato il principio secondo cui i proventi degli autovelox devono tornare sulla strada.
Quel principio era già scritto nella legge.
Ed è proprio per questo che le dichiarazioni raccolte dalla RAI assumono particolare rilievo.

Quando si lamenta che la riduzione della disponibilità di queste entrate compromette servizi, spesa corrente ed equilibrio dei conti, viene inevitabilmente confermato che quelle somme sono state considerate anche come una risorsa finanziaria sulla quale costruire capacità di spesa.
Nessuno mette in discussione le difficoltà economiche degli enti locali, né la necessità di finanziare servizi sociali essenziali.
Ma non con gli autovelox, il problema non può essere risolto trasformando le sanzioni stradali in una forma indiretta di fiscalità comunale. Se mancano risorse per gli asili, per il sociale o per il trasporto delle persone con disabilità, lo Stato deve affrontare quel problema attraverso trasferimenti, fiscalità e strumenti di finanza locale.
Le multe hanno un’altra funzione.
E i proventi degli autovelox, soprattutto, devono essere ricondotti alla ragione per la quale quei dispositivi vengono continuamente giustificati davanti ai cittadini: la sicurezza stradale.
Adesso che il problema dei bilanci viene dichiarato apertamente, sarà ancora più importante verificare Comune per Comune quanto è stato incassato, dove quel denaro è stato contabilizzato e, soprattutto, come è stato effettivamente utilizzato.



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