Altvelox porta il caso autovelox a Bruxelles: La procedura TRIS del MIT non può diventare una sanatoria mascherata.
- Altvelox

- 5 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Nell’istanza inviata oggi alla Commissione europea l’associazione contesta il decreto italiano sugli autovelox: non un vero sistema di omologazione, ma un meccanismo che rischia di regolarizzare dopo anni apparecchi usati senza i requisiti di legge.

Altvelox ha presentato oggi alla Commissione europea una formale istanza di osservazioni contro la notifica TRIS n. 2026/0053/IT, con cui lo Stato italiano ha sottoposto a Bruxelles lo schema di decreto ministeriale su omologazione, taratura e verifiche periodiche dei dispositivi destinati all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità. Non si tratta di un rilievo secondario, né di una disputa tutta interna. Il punto posto dall’associazione è netto: la procedura notificata dal MIT, insieme al MIMIT, non sarebbe un autentico percorso di legalità tecnica, ma il tentativo di dare veste regolatoria a un sistema già largamente utilizzato da anni in assenza dei presupposti richiesti.
Nel testo firmato dal presidente Gianantonio Sottile Cervini, Altvelox richiama il senso stesso della procedura TRIS prevista dalla direttiva (UE) 2015/1535. La notifica preventiva alla Commissione serve infatti a impedire che gli Stati membri introducano regole tecniche idonee a creare ostacoli ingiustificati nel mercato interno. In questa cornice, la questione degli autovelox viene letta non come tema locale da verbali e ricorsi individuali, ma come materia che tocca la libera circolazione delle merci, la certezza del diritto, la tutela dei consumatori e la parità di trattamento tra cittadini dell’Unione.
Secondo Altvelox, gli apparecchi utilizzati per misurare la velocità dei veicoli svolgono una funzione metrologica legale e incidono direttamente su interessi pubblici rilevanti, dalla sicurezza alla tutela dell’ambiente, fino all’applicazione di sanzioni. Per questo, sostiene l’associazione, non basta costruire un modello di verifica apparente o cartolare. Serve un sistema serio di accertamento delle caratteristiche metrologiche dei dispositivi, fondato su prove sostanziali, su competenze adeguate e su organismi realmente idonei a svolgere controlli di tale natura.
Nell’istanza trasmessa oggi a Bruxelles, si è segnalato che il MIT avrebbe costruito un meccanismo di omologazione solo nominale, basato su comparazioni formali e non su un esame diretto, rigoroso e sostanziale delle caratteristiche metrologiche di ciascun apparato. Ancora più grave, secondo Altvelox, è il fatto che tali attività verrebbero affidate a strutture ministeriali che, allo stato, non possiederebbero né specifiche competenze metrologiche né l’accreditamento richiesto dal Regolamento UE 2019/1020 in materia di vigilanza del mercato e conformità dei prodotti. Se questa impostazione fosse confermata, il rischio sarebbe evidente: trasformare un procedimento presentato come “omologazione” in una regolarizzazione postuma di apparecchiature già prodotte, commercializzate e utilizzate.
L’istanza va oltre e mette sul tavolo una questione che pesa anche sul piano istituzionale. Altvelox parla espressamente di possibile disparità di trattamento per i cittadini italiani e per quelli provenienti da altri Paesi membri, già abituati in ordinamenti nazionali a procedure metrologiche più definite. Il documento sottolinea inoltre che in Italia il numero delle apparecchiature censite supera le 3.900 unità ma quelle reali sono probabilmente più del doppio, dato che rende il problema tutt’altro che marginale. Non si discute, dunque, di pochi casi isolati, ma di un sistema esteso, capace di produrre effetti economici e giuridici su larga scala.
La richiesta finale rivolta a Bruxelles è chiara: verificare con il massimo rigore se la notifica italiana sia davvero compatibile con il diritto dell’Unione oppure se nasconda, nella sostanza, una sanatoria costruita a posteriori. È qui che la vicenda smette di essere una semplice polemica sugli autovelox e torna ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: una questione di legalità delle regole, di correttezza dei controlli e di affidabilità degli strumenti con cui lo Stato pretende di accertare violazioni e irrogare sanzioni. Perché i controlli possono e devono esistere, ma solo se fondati su presupposti chiari, verificabili e rispettosi della legge, non su scorciatoie amministrative travestite da disciplina tecnica.



Commenti