Sindaco Scajola, il problema non è il cittadino ma chi fa finta di non conoscere la legge.
- Altvelox

- 15 nov 2025
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Sulla omologazione decide la metrologia legale e il MIMIT, non gli slogan da convegno né il ministro di turno. Chiedere di rendere equivalenti “approvato” e “omologato” significa stracciare Codice della strada, Regolamento e direttive europee per salvare i bilanci comunali. Attribuire la competenza al MIT è un errore grossolano che sposta l’attenzione dai dispositivi illegittimi ai cittadini costretti a pagare multe viziate alla radice.

Lettera Aperta al Sindaco Scajola
Che un amministratore locale in difficoltà cerchi un capro espiatorio è umano. Che lo faccia un ex ministro senza neppure rispettare il quadro normativo vigente è meno accettabile. Il caos autovelox non nasce dai cittadini che “si ribellano”, ma da anni di uso sistematico da parte di voi sindaci di apparecchi solo approvati e mai omologati, in aperta violazione di norme che, spiace dirlo, lei dovrebbe conoscere a memoria.
La legge di riferimento è semplice, più di molti interventi ai convegni. L’articolo 142 comma 6 del Codice della strada richiede che la velocità sia accertata con apparecchiature “debitamente omologate”. L’articolo 45 comma 6 rinvia al regolamento sulla procedura di approvazione e omologazione, e l’articolo 192 del Regolamento CdS distingue chiaramente tra approvazione e omologazione, spiegando che l’omologazione è un procedimento tecnico complesso, con prove di laboratorio e verifica della rispondenza del prototipo alle prescrizioni. Non è un vezzo terminologico, è una garanzia. La Corte di cassazione, anche in una recentissima decisione, ha ribadito che la sola approvazione non basta e che senza specifica omologazione la multa è nulla, punto e basta, non secondo un comitato di cittadini ma secondo la Suprema Corte.

Lei propone la facile scorciatoia: “tutti gli apparecchi omologati e autorizzati sono equivalenti”. Il problema è che il legislatore questa equivalenza non l’ha mai prevista, anzi la giurisprudenza ha detto l’esatto contrario, chiarendo che approvazione e omologazione sono procedimenti diversi, con funzioni diverse e con esiti diversi sulla legittimità dell’accertamento.
C’è poi un dettaglio che nel suo ragionamento viene elegantemente rimosso. Gli autovelox non sono giocattoli per i bilanci comunali, sono strumenti di misura ai fini legali. Rientrano nella metrologia legale, regolata dal Testo unico delle leggi metriche del 1890, dalle norme di recepimento della direttiva MID 2014/32/UE sugli strumenti di misura e dalla normativa statale che attribuisce la competenza sulla legalizzazione e omologazione degli strumenti di misura al Ministero dello sviluppo economico, oggi Ministero delle imprese e del made in Italy.
La stessa dottrina giuridica che lei finge di non vedere ricorda che la competenza tecnica di omologazione degli strumenti di misura, compresi autovelox ed etilometri, è in capo al MIMIT, non al MIT, proprio perché si tratta di strumenti soggetti alla disciplina della metrologia legale e alla direttiva MID. E le massime della Cassazione che distinguono nettamente approvazione e omologazione richiamano espressamente questa impostazione, con riferimento al ruolo del Ministero dello sviluppo economico.

Quindi no, non basta “un emendamento a qualsiasi legge che passa” per dichiarare equivalenti ciò che l’ordinamento, nazionale ed europeo, considera non equivalente. Un emendamento che provasse a cancellare il requisito dell’omologazione o a svuotarne il contenuto sostanziale si scontrerebbe con la gerarchia delle fonti, con gli obblighi europei in materia di strumenti di misura e con la funzione stessa della metrologia legale, che è tutelare il cittadino contro misure arbitrarie, non blindare gli incassi dei Comuni.
Sul dato del “meno del 5 per cento che fa ricorso” lei si risponde da solo: il cittadino paga perché gli conviene economicamente, non perché ritiene legittimo lo strumento. Lo ha detto lei, non un attivista. Se per contestare un verbale viziato alla radice devo pagare un avvocato, perdere giornate di lavoro e affrontare un giudizio dall’esito incerto, il fatto che molti si arrendano non è prova di legalità, è il segnale di un sistema che scarica sui più deboli il costo dell’illegittimità.
I veri “imputati” non sono i comitati e i cittadini che chiedono il rispetto della legge, ma gli enti che hanno firmato contratti su apparecchi solo approvati, senza preoccuparsi di verificare la reale sussistenza dell’omologazione, e i fornitori che hanno venduto come “a norma” dispositivi che la Cassazione, ormai in modo granitico, considera utilizzabili solo se debitamente omologati.
Se si vuole davvero “mettere la parola fine”, la strada è meno comoda ma molto semplice. Spegnere gli impianti non omologati, adeguare i contratti, chiedere ai ministeri competenti, MIMIT in primis, un quadro certo sulla metrologia legale degli strumenti, e applicare le sentenze, non tentare di aggirarle. Tutto il resto è politica di corto respiro. E non basterà dare la colpa a Salvini, al MIT o ai “ricorsi degli avvocati” per trasformare in legittimo ciò che, giuridicamente, legittimo non è.








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